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Da lassù, i muri che costruiamo non hanno senso; l'umanità è una, e sono più le cose che abbiamo in comune con gli altri che quelle che ci distinguono da loro.

Riflessioni cosmiche

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Due mesi fa, il mondo ha celebrato il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna. Era il 21 luglio 1969 quando Neil Armstrong, comandante dell’Apollo 11, compì in diretta tv quell’emozionante “piccolo passo per un uomo, ma grande balzo per l’umanità” sulla superficie lunare. A distanza di mezzo secolo, tra inverosimili teorie secondo cui l’allunaggio non sarebbe mai avvenuto e progetti spaziali che si stanno spingendo ben oltre la Luna, una domanda si ripropone con regolarità: con tutti i problemi da risolvere sulla Terra, perché investire nell’esplorazione dell’universo?

Una fra le prime a chiederselo, nel 1970, fu Suor Mary Jacunda, che dallo Zambia scrisse alla NASA: “Come potete spendere tutti quei soldi in viaggi spaziali mentre qui i bambini muoiono di fame?”. Erano gli anni della rincorsa allo spazio da parte di Stati Uniti e URSS e si era appena conclusa la problematica missione Apollo 13, in cui un guasto meccanico aveva impedito agli astronauti la discesa sulla Luna e reso molto difficoltoso il loro ritorno sulla Terra. Nella sua lunga e argomentata risposta al legittimo interrogativo di Suor Mary, l’allora direttore scientifico della NASA Ernst Stuhlinger spiegò come le scoperte scientifiche e i progressi tecnologici legati allo studio dell’universo stessero avendo ripercussioni positive in ambiti fondamentali per la sopravvivenza del genere umano, come la medicina, la biologia, l’agricoltura, la meteorologia e molti altri. Poi, citò proprio l’episodio dell’Apollo 13, raccontando come, durante le ore cruciali del rientro sulla Terra, i sovietici avessero interrotto le trasmissioni radio sulle frequenze usate dagli astronauti per evitare interferenze e inviato navi nel Pacifico e nell’Atlantico per offrire supporto in caso di necessità, aggiungendo che, a ruoli invertiti, gli americani si sarebbero comportanti allo stesso modo.

Si era in piena Guerra Fredda, e non sappiamo come sarebbe finita nell’eventualità ipotizzata da Stuhlinger. Ciò che di significativo c’è nella sua riflessione, tuttavia, è l’idea secondo cui l’esplorazione spaziale avrebbe il potere di ridimensionare la concezione dei “confini”, di rimettere in discussione l’idea di “noi” e “loro” che è la principale causa di guerre, povertà e tensioni sociali in ogni parte della Terra. Indagare il cosmo ci obbliga ad allargare i nostri orizzonti: da lassù, i muri che costruiamo non hanno senso; l’umanità è una, e sono più le cose che abbiamo in comune con gli altri che quelle che ci distinguono da loro. Una prospettiva che abbiamo il dovere di non perdere mai di vista.

 

Valeria Federighi

 

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