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Per i suoi sessant’anni, Barbie si impegna a combattere il “dream gap”

Buon compleanno, Barbie

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Barbie compie sessant’anni, e se li porta benissimo. È il 1959 quando la Mattel lancia sul mercato la bambola ideata da Ruth Handler. All’epoca, i bambolotti hanno quasi tutti le fattezze del neonato da accudire, assegnando precocemente alle bambine tutte le incombenze che dovranno affrontare una volta diventate madri. Con Barbie, per la prima volta, quelle stesse bambine hanno l’opportunità di immaginare per loro stesse scenari di vita diversi dalla maternità: Barbie ha una bella casa, una bella macchina e, soprattutto, un armadio pieno di vestiti. Pienamente in linea con le tendenze consumistiche del suo tempo, ama la vita mondana e non sembra avere molti altri interessi. Negli anni ‘70, infatti, con la prima grande ondata di femminismo arriva anche la prima grande ondata di critiche: è davvero questa bionda svampita il modello di donna a cui vogliamo che le bambine guardino? Così, progressivamente, Barbie comincia a intraprendere carriere impegnative e avvincenti: nel 1965 è astronauta, nel 1973 chirurgo, nel 1995 vigile del fuoco. L’idea iniziale di Ruth Handler prende forma nello slogan “You Can Be Anything”, “Puoi Essere Qualunque Cosa”.

Se la Mattel ha un merito, è quello di aver saputo leggere con grande lucidità i cambiamenti sociali avvenuti in questi ultimi decenni. A moltiplicarsi, insieme alle professioni di Barbie, sono state anche le sfumature di colore della sua pelle, dei suoi occhi e dei suoi capelli, fino alla sua stessa fisionomia. Da sempre accusata di proporre una fisicità stereotipata - e irrealistica, a giudicare dalla (s)proporzione tra seno e fianchi - nel 2016 è diventata anche “curvy”, “petite” e “tall” - rotondetta, bassina e spilungona, per intenderci. Più vera, più inclusiva. Non una Barbie, insomma, ma tante Barbie.

In occasione di questo sessantesimo compleanno, l’impegno di Barbie per il girl empowering si rinnova con una campagna volta a sconfiggere il “dream gap”: quel fenomeno per cui, a partire dai cinque anni, le bambine sembrerebbero inclini a ridimensionare le proprie ambizioni e aspirazioni, influenzate da una società che tende sistematicamente a sottovalutare il potenziale femminile. A trasformarsi in Barbie sono allora grandi donne di tutto il mondo: scienziate, artiste, chef, atlete come la nostra Sara Gama, capitana della nazionale italiana di calcio. Per sognare in grande, come ogni bambina ha il diritto e il dovere di fare.

Valeria Federighi

 

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