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Giovanna Botteri e Silvia Romano sono due donne molto diverse, ma a entrambi si chiede conto di scelte esclusivamente personali

Donne libere

Giovanna e Silvia: due nomi sotto i riflettori, due donne di cui si è parlato e si sta parlando tanto, spesso a sproposito. Giovanna è Giovanna Botteri, giornalista di grande esperienza e corrispondente della Rai da Pechino; Silvia è Silvia Romano, giovane volontaria milanese rapita un anno e mezzo fa in Kenya da un gruppo terroristico somalo e liberata a inizio maggio.

Due donne diverse, dalle vite diverse, accomunate però da un peculiare fenomeno: a entrambe il popolo dei social sta chiedendo di giustificare scelte del tutto personali, che nulla hanno a che vedere con la sfera pubblica ma riguardando esclusivamente quella privata.

A Giovanna Botteri si è rimproverato di presentarsi ai collegamenti live con un aspetto eccessivamente trasandato: capelli in disordine, niente trucco, maglioncino anonimo. Come ha giustamente fatto notare lei stessa, lavorare molte ore al giorno - peraltro con un fuso orario diverso dall'Italia, che la costringe a intervenire in diretta quando a Pechino è notte fonda - non le lascia molto tempo per la messa in piega o per fare shopping; nelle poche ore libere, spiega, si limita a fare la spesa e a telefonare alla figlia. La verità è che non c'era bisogno che fornisse alcuna spiegazione: Giovanna Botteri non è una valletta né un'influencer, è una reporter (pluripremiata, oltretutto). Ciò che importa è quello che dice, non quanto trendy appaia in video mentre lo dice. Il progressivo degenerare dell'informazione in infotainment (informazione/intrattenimento) ci ha fatto forse perdere di vista che il valore della cronaca risiede nel suo contenuto, nella sua pubblica utilità, e non nel livello di glamour con cui viene presentata.

E arriviamo a Silvia Romano, l'attuale nemico pubblico numero uno degli odiatori da tastiera. Le sue colpe sembrano essere tante: aver deciso di fare la volontaria in Africa invece che in Italia, essersi fatta rapire (!) e, soprattutto, essersi convertita alla religione islamica durante il suo rapimento. La vicenda mi ha riportata indietro di qualche anno, ai tempi delle scuole medie: un mio compagno di classe, cresciuto in una famiglia atea, decise di farsi battezzare appositamente per poter fare la cresima insieme a tutti i suoi amici, pur di non sentirsi escluso. Nessuna costrizione la sua: semplicemente un prodotto delle esperienze vissute fino a quel momento. Il punto è che Silvia Romano, una nostra concittadina, una ragazza che ha scelto di aiutare il prossimo in una terra povera, lontana dagli affetti di casa e dagli aperitivi sui Navigli (tanto per dirne una), non è tenuta a giustificare la sua scelta di fede, né a raccontare come ci sia arrivata, anche se gli appassionanti di voyeurismo da talk show non sognerebbero altro che sentirla snocciolare qualche succulento episodio di prigionia in prima serata.

Non è il look che deve importarci di una giornalista. Non è il credo religioso che rende una persona meritevole o meno di essere liberata da un gruppo di terroristi. In un mondo in cui le donne devono sgomitare per veder riconosciuti i propri meriti, abbiamo due figure femminili intelligenti e coraggiose che possono ispirarci e farci riflettere per i percorsi di vita che hanno intrapreso, infischiandosene di rientrare o meno nella classificazione di donna italiana "standard". Giudichiamole per quello che hanno fatto e faranno, non per come vorremmo che lo facessero.

Valeria Federighi


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