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Il riordino ci costringe a fare i conti con il nostro passato e a decidere come impostare il nostro futuro.

Spazio al nuovo

Per cause di forza maggiore - il mio compagno lavora e io sono immunodepressa - mi ritrovo a trascorrere questo surreale periodo di isolamento nel piccolo appartamento che fu di mia nonna. Al piano di sopra c'è la casa dove sono nata e cresciuta, e dove ancora abitano i miei genitori, che in queste settimane mi stanno viziando come se avessi di nuovo nove anni.

Per cercare di sdebitarmi, ho speso gli ultimi due giorni a fare qualcosa che mia mamma mi chiedeva da almeno cinque anni, e che ho sempre rimandato: passare in rassegna il contenuto di cassetti e armadi della mia vecchia camera e decidere cosa buttare e cosa tenere. Mi sono ritrovata così a rileggere vecchi temi di scuola, a sfogliare dispense universitarie, ad accarezzare nostalgica musicassette e cd. Ne ho cestinato un buon 70%, tenendo solo ciò con cui sento di avere ancora un legame affettivo. Così insegna Marie Kondo, la regina giapponese del riordino: valuta cosa ti dà ancora gioia, e liberati di tutto il resto.

Ho già parlato di riordino - o "decluttering" - ne L'Appunto di un paio di anni fa. Mi trovo oggi a ribadirne l'utilità: scartare ciò che non ci serve più - materialmente o emotivamente - è un processo non sempre facile ma estremamente appagante. Il riordino ci costringe a fare i conti con il nostro passato e a decidere come vogliamo impostare il nostro futuro. Soprattutto, ci permette di liberare spazio occupato abusivamente da un inutile caos, lasciando posto a tante cose - e idee - nuove.

Anche nella vita professionale funziona così: quando si lavora da tanti anni nello stesso modo, seguendo le medesime procedure e utilizzando i medesimi strumenti, cambiare è difficile; eppure il mondo si evolve, ci evolviamo noi, e non è detto che ciò che era perfetto per la nostra attività cinque anni fa lo sia ancora oggi. Questo vale per voi estetiste, per noi che realizziamo riviste e per chiunque altro: fossilizzarsi è comodo, ma ci rende pigri; solo chi è predisposto al nuovo è in grado di cogliere le opportunità che gli si presentano. E lo dice una che, pur non amando affatto i cambiamenti, ne riconosce la necessità.

Diamo un senso a questo tempo di inattività forzata: riordiniamo oggetti e idee, per ripartire alleggeriti e con tanto spazio libero da riempire con ciò che di buono arriverà.

Valeria Federighi


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